Lettere dall'altro mondo

Ventunesima edizione della festa.

Doveva essere un giorno come tanti altri, un pomeriggio di fine settembre con un sole che, ancora alto nel cielo, riscaldava la fresca temperatura primaverile: le piogge torrenziali prima e le forti nevicate, successivamente, avevano ormai lasciato lo spazio ad un asciutto, tiepido vento che soffiando insistentemente, inaridisce una terra nata povera e che qualcuno ancora si ostina a coltivare. 

Il suo soffio incessante ti penetra dalle narici, invade il tuo corpo in profondità, ti trapana il cervello ed il cuore fino a raggiungere la tua anima e ti trasmette il “terribile” odore della povertà.

Qualcuno penserà che questa storia, una storia vera, sia una storia un po’ strana, ma non è così.

In effetti non sono a Berbenno, ma dall’altra parte del globo, sotto l’equatore e qui le cose possono apparire al contrario rispetto a come le vediamo noi. Mi trovo in un piccolo villaggio situato sulla catena delle Ande ecuadoregne, nella cordigliera del Cotopaxi, a “solo” 3.580 metri di altitudine, in mezzo a dei giganti che sfiorano i 6.000 metri: il paesaggio è terribilmente affascinante!

L’aria però è rarefatta ed il respiro va spesso in affanno: il mio cuore, ogni tanto, con brusche ed improvvise accelerate che si fanno sentire lungo il collo, me lo ricorda!

Sono nella stanza del pronto soccorso dell’Ospedale di Zumbahua e stò terminando alcuni lavoretti, in vista dell’imminente (domani) ritorno in Italia, ignaro di ciò che sta per accadere.

Sono venuto a Zumbahua con “ol dutur” (il carissimo dottor Franco) ed un altro amico per consegnare all’ospedale un ecografo acquistato giusto un mese prima con i soldi raccolti con la Festa dei Colori: è stata una festa straordinaria che ci ha permesso di raccogliere gli ingenti fondi necessari per l’acquisto dell’ecografo, un fondamentale strumento diagnostico che l’ospedale ancora non dispone.

Ma c’era proprio bisogno di portarlo in Ecuador, direte voi?

Non lo si poteva spedire, che ne sò, ben imballato e protetto? La mia risposta e quella del mio amico sono probabilmente identiche alla vostra. Certo che si!

UPS o DHL (giusto per fare due nomi di due vettori) garantiscono la consegna in ogni parte del mondo in 48 ore!

Ma per “ol dutur”, no!

Sarebbe stato troppo semplice, troppo spiccio spedire un pacco!

Una festa ben riuscita, i fondi raccolti, l’acquisto dell’ecografo, la spedizione …e lavate le mani,  il capitolo sarebbe stato chiuso fino all’anno successivo, quando ci saremmo ritrovati per organizzare la nuova festa!

“No, caro ragazzo, tu non hai ancora capito lo spirito dell’OMG!”

Aveva percepito, “ol dutur”, che io stavo vivendo l’esperienza della Festa dei Colori senza averne afferrato fino in fondo il significato, senza aver anteposto allo spirito da ragioniere che ci mettevo, lo spirito d’Amore e di Carità, quello spirito che rappresenta la medicina di cui tutti gli uomini, in ogni parte del mondo, hanno bisogno!

Ebbene, come dicevo, mi trovo all’interno del pronto soccorso dell’ospedale quando il suono di un clacson strampalato che viene da fuori si fà sempre più forte: non faccio in tempo a realizzare cosa stia succedendo che una giovanissima ragazza, una donna, sconvolta e disperata, spalanca con violenza la porta gridando parole che non riesco a comprendere: porta con sè sulla schiena, avvolto in uno scialle rosso, uno strano fagotto nel quale scopro che c’è un piccolo bimbo (avrà si e no 6 mesi) e subito penso che gli sia successo qualcosa di grave.

Ma la donna mi strattona fuori dal salone e mi conduce di forza sino all’ingresso, dove lei era giunta con un autobus (si, chiamiamolo pure autobus, quello era la sua funzione anche se sembrava più ad un camion adibito, in qualche modo, a trasporto di esseri umani).

Con stupore ed incredulità prima, smarrimento e paura poi, scopro, disteso nel piano posteriore del camion, un ragazzo (suo marito?).

E’ un “uomo” su per giù di 18 anni, in preda a dolori atroci.

Un uomo che gli sta accanto sposta la coperta che pietosamente copre le gambe del ragazzo ed io sobbalzo nel vedere che i suoi piedi, immersi in un lago di sangue, sono girati al contrario, ancora attaccati alla gamba ma girati, in seguito ad un gravissimo trauma: un grosso fusto pieno di benzina gli era caduto sui piedi e per puro caso non li aveva tranciati, riducendoli però a due “corpi” che parevano “estranei”.

Non avevo mai visto niente di simile: il mio stomaco si contorce violentemente ma mi devo far forza… mi faccio forza e dò una mano!

E’ un caso disperato e dopo averlo trasportato all’interno dell’ospedale e visitato i medici ecuadoregni presenti convengono che la soluzione è l’immediata amputazione di entrambi i piedi: non si dovrà attendere troppo perché il rischio infezioni è elevatissimo.

Io non so che fare, sono nel posto sbagliato nel momento sbagliato ma non posso andarmene e allora cerco di tenere la mano al ragazzo, gliela stringo forte cercando di non farlo sentire solo: lui, appreso la diagnosi dal borbottio dei dottori, sgrana gli occhi forse non più per il dolore ma per la paura ed il terrore di quella terribile ed infausta diagnosi, per quel destino ineludibile a cui sta andando incontro.

Essere invalidi da queste parti significa avere zero (ripeto, zero) opportunità di vivere!

Ed il ragazzo ha anche una moglie ed un figlio a cui dover provvedere: è veramente un dramma!

Nel frattempo, allertato da non so chi, arriva dalla vicina scuola di falegnameria “ol dutur” il quale, prima ancora di accertarsi di quanto fosse successo, si preoccupa di parlare con il ragazzo per alcuni interminabili minuti e di tranquillizzarlo e confortarlo, per quanto possibile. Ci riesce!

Poi lo visita, seguito in ogni suo movimento, in ogni sua smorfia, dagli occhi del ragazzo che ha riposto in lui tutta la sua fiducia … e la scelta del “dutur”, disperata, la scelta dell’ultima spiaggia, di trasportarlo in un ospedale specializzato di Quito, la capitale, per tentare quello che a me, ma non solo a me, sembrava impossibile.

Fossimo a Berbenno chiameremmo il 118 ed un elicottero ci preleverebbe in pochi minuti per condurci in ospedale, ma noi ci troviamo in un paesino sperduto sulle Ande e l’unica soluzione è tentare un trasporto che senza mezzi termini posso definire una odissea: pensate, solo per un momento, di dover viaggiare in preda a dolori atroci, su strade agro-silvo-pastorali piene di buche!

Sono le 18:00 circa ed il sole sta cadendo rapidamente dietro le imponenti montagne.

Carichiamo il ragazzo su un furgone che abbiamo attrezzato con 4 materassi a fare da letto: fra i materassi e le gambe del ragazzo ci sono le nostre braccia che tenteranno di ammortizzare i colpi lungo tutto il viaggio.

Ci siamo armati di così tanta morfina che potremmo stendere un toro e ci avviamo, direzione Quito: guida Mauro che conosce la strada e che da diversi anni lavora nell’ospedale con la moglie Maria.

Le strade, in Ecuador, non si misurano in chilometri ma in ore, e ci vorranno oltre cinque interminabili ore di viaggio per raggiungere la meta, con un viaggio interrotto da soste brevi ma necessarie per far rifiatare il ragazzo, a cui neanche massicce dosi di morfina riusciranno a sedarne il dolore.

C’è la luna alta nel cielo, illuminata a metà e con la pancia rivolta verso il basso come fosse una culla quando a mezzanotte, finalmente, arriviamo a Quito e la Provvidenza ci fa casualmente (?) incontrare un medico, un caro amico dell’OMG, che sta tornando a casa.

Gli spieghiamo cosa è successo e lui si prende a cuore la storia.

Ci vorranno per il ragazzo oltre dieci ore di intervento e probabilmente mesi e mesi di riabilitazione, se tutto andrà per il meglio.

L’Ospedale di Zumbahua, l’Ospedale dei poveri, si farà carico delle spese dell’intervento chirurgico, perché il ragazzo ha una famiglia molto povera e da queste parti se non hai i soldi per poterti curare, non ti puoi curare, sei destinato a finire nella fogna e a morire nella fogna.

Io ed il “Dutur” intanto, stanchi e provati ma felici di aver dato tutto quel poco che potevamo dare, ce ne torniamo a Zumbahua, seguendo con gli occhi il chiarore della luna che ora sembra stia cullando nel suo grembo Polaris, la stella polare del sud ed illuminare la via del ritorno: questa esperienza mi segnerà profondamente per tutta la vita.

Dobbiamo fare presto perché abbiamo ancora i bagagli da preparare e all’alba dovremo essere pronti per il viaggio di ritorno all’aeroporto di Quito.

Passano quasi dieci mesi e, in occasione della 6° edizione della Festa dei Colori, Mauro (ve lo ricordate?) ci informa che il ragazzo ha da poco ripreso, faticosamente ma ha ripreso, a camminare con le sue gambe, con i suoi piedi: non c’era modo migliore per iniziare la festa!

Se pensavate che vi parlassi della 21° edizione della Festa dei Colori certamente siete stati delusi.

In queste righe ho voluto spiegare perché 21 anni di festa non sono bastati per farmi venire la nausea: quel giorno ho capito che non potrò mai più girare la faccia dall’altra parte e far finta di non vedere! E quello che farò cercherò di farlo con quello spirito che mi è stato insegnato!

Aggiungo che se venti anni di festa hanno rappresentato una cavalcata straordinaria, il successo è da rendere a tutti voi che ci date fiducia, a voi che da venti anni credete incondizionatamente in questo progetto straordinario.

Un successo da attribuire anche agli Amici che preparano la festa, agli Amici che ci lavorano, agli Amici che ci hanno lavorato, molte volte in silenzio, altrettante di nascosto.

A Tutti voglio dedicare un pensiero che mi è giunto da uno dei tanti sostenitori, in occasione dell’ultima edizione della Festa.

Ci ha scritto: ”Tutto ciò che si fa a fin di bene, comunque produce frutto e crea i sentieri per un futuro, sentieri che possono apparire minime strisce, che si confondono tra la sterpaglia, ma che come nei sentieri di montagna conducono alla vetta.

Sentieri che, se nessuno li traccia, costringono tutti a restare sempre a fondo valle, senza la gioia di scoprire orizzonti più ampi che nutrono il cuore e l’anima.

Grazie a voi per darmi l’opportunità di essere con voi un manovale a colorare questa tavolozza”.